"Meditazione e Fotografia" di Diego Mormorio

Pubblichiamo la recensione di Andrea Attardi sul libro di Diego Mormorio.

Oggi più che mai è sempre viva la questione circa l’uso e la destinazione della fotografia. Si tratta di un confronto al quale non sfuggono i soggetti che gravitano intorno al mondo dell’immagine, nessuno escluso: fotografi, grafici, agenzie, galleristi, critici, musei pubblici e persino le case costruttrici materiali fotografici.

Meditazione e fotografia" di Diego Mormorio ed. Contrasto
“Meditazione e fotografia”
(Edizioni Contrasto, Roma 2008), l’ultima fatica editoriale di Diego Mormorio, arricchisce tali tematiche con nuovi spunti interpretativi. Mormorio, storico e critico della fotografia ormai di fama internazionale, nonché raffinatissimo narratore, ci accompagna in un viaggio quanto mai sorprendente e imprevisto: ovvero la coniugazione dell’atto fotografico con la pratica della meditazione.

Quest’ultima, com’è noto, deriva dall’essenza trascendente propria delle religioni e delle filosofie orientali; e va da sé che questo saggio non si rivolge a quel tipo di pubblico “occidentale” (oggi, ahinoi, maggioritario) capace solo di consumare e basta. Consumare nel senso di fagocitare frettolosamente ciò che nemmeno partecipa e osserva, il tutto sull’altare di quel diabolico apparato di sistema chiamato globalizzazione.

Al contrario, il libro di Diego Mormorio indaga e scandaglia, attraverso alcune celebri immagini, il percorso che famosissimi fotografi, come Henri Cartier-Bresson, Renè Burri o Josef Koudelka, hanno compiuto per giungere alla realizzazione di quelle intensissime fotografie. Un cammino intriso di dura concentrazione e di necessaria introspezione spirituale, in netta opposizione con lo stereotipo che le nostre società danno alla figura del fotografo: sfrontatezza aggressiva e cinismo impermeabile al dolore.

FRANCE. Paris. Place de l'Europe. Gare Saint Lazare. 1932.
I grandi autori della fotografia, come Mormorio ci dimostra, hanno attraversato impervi sentieri costellati di lunghe attese, al termine delle quali non sempre v’era la certezza di essere riusciti a cogliere l’attimo che fosse la sintesi, appunto, di una meditazione.

 Ma il pregio di questo volume si annida in una novità assoluta per ciò che riguarda la storia della fotografia. Coloro i quali la studiano anche con l’ausilio della parola scritta (e non soltanto osservando le immagini), leggendo il saggio di Diego Mormorio noteranno una profonda diversità con altri celebri testi sulla fotografia. Ci riferiamo, solo per citarne alcuni, agli scritti di Roland Barthes, Susan Sontag o Gisele Freund. Ebbene, a nostro avviso, queste opere scontavano ancora una sorta di “settorialità” della fotografia, forse dovuta alla particolarità dei tempi o forse perché agganciata, appunto, a quel cliché del fotografo che abbiamo prima citato. L’influenza e l’interazione della fotografia con le altre forme d’arte visiva, quali ad esempio la pittura, l’incisione, la scultura, il cinema, venivano solamente “sfiorate”: spesse volte in termini di dualismo competitivo, dato da una certa rigidità della storia dell’arte e quindi da un rango di nobiltà “artistica” sempre rimandato a venire. Non v’è altresì dubbio che la distruzione del Bauhaus rimandò di parecchi decenni tale appuntamento, congelando l’opera e le grandi intuizioni di personaggi come Laszlo Moholy-Nagy o Walter Benjamin.

    Ecco, questo libro di Diego Mormorio colma e risana una situazione altrimenti destinata alla perenne indefinitezza, collocando e collegando la fotografia con gli altri segmenti della conoscenza umana. Di più: le percezioni di Mormorio travalicano i significati del segno pittorico, del bulino o della materia plastica. Ma addirittura esplorano i rapporti tra la fotografia e le parole che alimentano sogni, pensieri e immaginazione alla nostra vita: quelle della poesia e della letteratura. Per giungere a tale analisi innovativa per la storia della fotografia, risulta dunque quasi inverosimile il contributo che l’autore attinge dalla filosofia della meditazione. Proprio qui il nostro pragmatismo razionalista deve fare ammenda e magari abbandonarsi, sempre più spesso, a queste piacevoli “bizzarrie” degli incroci fra culture apparentemente lontane.

     Con il suo saggio, Diego Mormorio traccia quindi una nuova ipotesi di filosofia della fotografia, a beneficio di tutti coloro i quali amano coltivare l’arte dello scatto. Ma ad una condizione: quella di lasciarsi accompagnare dalla lentezza di uno sguardo libero da pregiudizi o ideologie. Non per nulla, l’illuminante sottotitolo del libro è “vedendo e ascoltando passare l’attimo”.

 Andrea Attardi
[Fotografo; Docente di Tecniche della Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Roma]

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